E’ la bellezza che va alla gente…

Il Suq non ha età (Max Valle)

Quando Cécile Kyenge, col suo passo posato e lo sguardo profondo, è entrata nel Suq sulle note di Creuza de ma’, alzando gli occhi attorno a sé meravigliata, mi sono commosso.
Quando Mohamed Ba ha rievocato sul palco, di fronte a decine di persone, il pomeriggio milanese in cui un “bianco” gli ha sferrato due pugnalate quasi letali lasciandolo a terra per un’ora nell’indifferenza dei passanti, mi sono commosso.
Quando le badanti nei loro abiti variopinti sono entrate in scena per cantare, portando con loro due “badati” novantenni felici come dei bambini, mi sono commosso.
Quando nella tenda marocchina, al termine di una lettura musicale notturna insieme a tanti ragazzi, ho dato voce ai versi di De André sul Suonatore Jones, inno alla libertà e alla sinfonia della vita, mi sono commosso.

In un mondo dove spesso la cultura è passione elitaria o abitudine di svariate nicchie, in un paese dove troppe volte chi la pensa allo stesso modo se la racconta in cerchie poco contaminate e “contaminanti”, il Suq è davvero un luogo, una terra, un’atmosfera in cui è la cultura che va alla gente. Chi viene per il mercato, per il cibo, per passatempo, per inerzia, si ritrova a pochi metri l’artista, il musicista, l’attore teatrale, il volontario di una ONG, l’esperto o l’accademico. Parole, musiche e idee risuonano nelle orecchie di chi non ha mai avuto occasione, abitudine, interesse, e magari scopre che è divertente assistere a un concerto, avvolgente farsi rapire da uno spettacolo teatrale, spassoso darsi il ritmo di una danza, liberante conoscere più a fondo certi temi, aprirsi gli occhi su realtà attuali, politiche, sociali, economiche, ecologiche…

Passeggiando nel Suq ho scoperto volti sorridenti dietro ai banchi, colori stoffe sapori collane, tratti di ogni parte del mondo, carnagioni dai riflessi di luce diversi, mani rugose e pelli lisce come l’olio, tè cous cous verdure carni spezie, tunnel di odori e finestre di luce soffusa. Ho visto bellezza. Ho visto bambini girare liberi con genitori meno ansiati che mai; ho visto anziani girare incuriositi e ballare poco distanti dal palco. Tutti i giorni incontro un ragazzo adolescente che in altre situazioni sarebbe definito “bullo”, venire a passeggiare e passare il tempo, anche da solo, qui piuttosto che altrove. Incontro la mia città. Quella che conosco e quella che non conosco, ma che – vista così – vorrei conoscere. Non dimentico che i problemi ci sono, che le situazioni sono più complicate, che come ha scritto un mio amico “non si vive di solo festival”. Ma vengo qui a imparare “un piccolo mondo che fa pensare a come potrebbe essere bello quello grande”.

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Giacomo D’Alessandro

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